Lunediscord #2: Death Stranding, prima parte

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La verità è che i videogiochi sono la prima cosa onesta che gli adulti ci abbiano mai dato.

Infilavi la cassetta nel mangianastri e Hollywood sbobinava illusioni. Essere potenti come Neo in Matrix, cazzuti come John McClane o fighi come Tom Cruise in quel cazzo di film sugli aerei. Avere l’illusoria certezza che alla fine, tanto, sono i buoni quelli vincono sempre, tanto ci pensa la vita. L’idea che per ogni Stanley Ipkiss col faccione di Jim Carrey sul volto, la fuori ci fosse una Tina Carlyne bella e possibile come poteva esserlo solo Cameron Diaz in The Mask. Bugie, a conti fatti. Bugie in cui credere, ma pur sempre bugie. Con i libri non è andata molto meglio. Se stai ancora aspettando un gufo da Hogwarts che becchi sul vetro della tua cameretta, anche se magari nel frattempo è diventata una camera matrimoniale o la stanza di tuo figlio, sai di cosa sto parlando. Altri sogni stampati e brossurati, ma destinati a rimanere sulla carta. Bugie, di nuovo. Di quelle che crescono assieme a te e ti fanno crescere, bugie di formazione. Ma pur sempre bugie.

Se stai ancora aspettando un gufo da Hogwarts che becchi sul vetro della tua cameretta, anche se magari nel frattempo è diventata una camera matrimoniale o la stanza di tuo figlio, sai di cosa sto parlando.

Ecco, i videogiochi sono sempre stati onesti. Volevi essere un eroe per qualche ora? Gli unici requisiti erano un Super Nintendo sgangherato e centoquarantamila lire una tantum, per comprare le cartucce che poi quella stupida, meravigliosa macchina di plastica e circuiti proiettava sul televisore in tutta la magnificenza dei 16 bit. Altre bugie? Si. Ma bugie che avevano bisogno di te, per esistere. E fa tutta la differenza del mondo.

È prendendo a calci in culo demoni su Fobos che ho capito che potevo fare tutto, se riuscivo a salvare il mondo. Un mondo scriptato e in 32 colori, limitato dalla tecnologia dell’epoca e dalle capacità di id Software, ma comunque un mondo. Che aveva bisogno di me per funzionare, che aveva bisogno di me per esistere. Perché libri e film esistono a prescindere da noi, dobbiamo solo subirli guardando e leggendo e sono esperienze di tutti. Siamo stati tutti con Harry, quando ha scoperto di essere un mago. Ma eravamo meno di personaggi sullo sfondo, semplici spettatori della vita di qualcun altro. Nei videogiochi, invece… Realizzare che tutto quello che c’è dall’altra parte dello schermo risponde ai tuoi comandi e solo ai tuoi, che buona parte di te alla fine è DAVVERO dall’altra parte dello schermo e la partita che stai vivendo è roba tua, personale come le mutande che indossi, è totalizzante. Puoi condividere sensazioni ed esperienze con tutti gli altri che hanno giocato e giocheranno lo stesso videogioco, ma l’unico modo per condividere davvero la partita è fargli fare da Player 2.

Darei tutto quello che ho accumulato in 27 anni, per rivivere quell’unico momento di una vita fa in cui l’ho capito.

A che serve una lettera da Hogwarts, a me che ho raccolto tutti i pezzi della Triforza tantissime volte?