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Anche se lo schermo mostra altro, dietro ci sono vite normali. Troppo normali.

Luci stroboscopiche e colori sgargianti accecano la vista. Una patina di ipocrisia fa da filtro a quello che è il mondo dei videogiochi. Streaming, sviluppo, tutto ciò che vediamo è filtrato per far sembrare tutto fantastico, semplice. Una generazione spaesata che si ritrova a dover costruire il proprio futuro con qualsiasi mezzo. Una generazione che è cresciuta con i videogiochi e che vuole che siano quel mezzo.

Alessandro Radaelli con Game of the Year fa crollare i muri e ci fa vedere cosa davvero c’è dietro quelle luci colorate e quei sorrisi forzati. Dalle genesi delle stelle veloce come la luce si arriva all’ultimo guardiano del proprio futuro. Questo è Game of the Year. Probabilmente il miglior film sui videogiochi che abbia mai visto.

Dalle genesi delle stelle veloce come la luce si arriva all'ultimo guardiano del proprio futuro. Questo è Game of the Year

Genesis Noir

Il Big Bang ha creato tutta la materia che tocchiamo e vediamo. Dalle stelle alla terra su cui poggiamo i piedi. La stessa aria che diffonde le onde sonore nasce da quel primo scoppio. La stessa aria usata nei primi momenti del documentario per far arrivare agli spettatori parole vuote. Il mondo dei videogiochi e dello streaming, soprattutto, viene venduto da Twitch come la perfezione, come il sogno, come inarrestabile nella sua crescita. Se quest’ultima è un’affermazione più che vera, non è altrettanto vero che quel mondo così luminoso è un sogno da raggiungere. Dietro le stelle che del firmamento videoludico ci sono persone normali. Game of the Year intreccia le loro storie nella nostra testa mostrando la loro fragilità.

Pezzo dopo pezzo ci inseriamo nelle loro vite, quasi come se fossero momenti rubati alla loro quotidianità. A soli ventisei minuti io sono quasi scoppiato a piangere. Ho sentito tutta quella massa di stanchezza e dolore investirmi. Io conosco quella tensione. Parte tutto da uno sparo. Un giorno carichi un video su Youtube per gioco e il giorno dopo sei uno degli streamer più seguiti d’Italia. Un giorno decidi di scrivere qualcosa su internet per gioco e il giorno dopo hai tra le mani qualcosa di potenzialmente molto grande, ma che non sai come sfruttare. E in questo Raedelli è stato perfetto. Ogni sua ripresa racconta questa lotta costante tra quotidianità e vita dentro lo schermo. Famiglia, amici, tutto ti accompagna ma allo stesso tempo ti rema contro. Devi fare quella live, devi finire quel gioco, devi diventare pro player. Ma poi? Se tutto finisse? Ho investito tempo e denaro. Se tutto finisse dovrei ricominciare daccapo. Forse è meglio trovare un’altra strada.

Faster Than Light

Ed è più velocemente della luce che ti ritrovi ad andare avanti. Eventi, fiere, persone e fondi da gestire. Game of the Year mostra questi momenti da una prospettiva a cui non siamo abituati. Non sono più persone in vetrina che osserviamo, fotografiamo e andiamo via. Sono umani che cercano di strappare un sorriso al prossimo, che si commuovono se qualcuno gli fa un regalo, che cercano in tutti i modi di farti provare il loro gioco sperando che piaccia. Pro Player che guardano chi combatte per il primo posto durante un torneo e che sognano un giorno di stare lì. Pro Player che sono arrivati al traguardo, ma che vorrebbero solo un altro abbraccio dal proprio padre.

Ma non c’è tempo per pensare. Non c’è tempo per dormire. L’arte non aspetta e i videogiochi sono arte, quindi non aspettano neanche loro. Finita subito una fiera è il momento di mettere ordine, di risparmiare per la prossima. Chissà se ci arriveremo alla prossima. Chissà se qualcuno ci noterà. Forse è tutta una vita in live questa, e finito il mese tutto sarà più tranquillo. Forse qualcuno mi noterà e finalmente non dovrò più contare su quel piccolo stipendio che arriva a casa ogni mese.

The Last Guardian

Ed è infine che ti rimane solo la speranza. L’ultimo guardiano della tua sanità mentale. Dopo notti e giorni insonni è solo la speranza a tenerti in piedi, a cementificare le amicizie che hai costruito. Ti butti sul divano sapendo che la prossima sarà la tua ultima occasione. Bevi un cocktail promettendo a te stesso che arriverai a fare un nuovo gioco tra tre anni. Alla fine i muri sono crollati, del Game of the Year non ti importa più così tanto. Radaelli ti lascia con l’amaro in bocca, con la consapevolezza che quel riconoscimento che fa da titolo al documentario non è che l’ennesima ipocrisia di un’industria che non vuole mostrare la faccia di chi la tiene in piedi. Creativi che compaiono solo nei titoli di coda come se fossero una minaccia. Premi dati da altre facce sorridenti che poi torneranno a casa a mangiare la scatoletta di tonno avanzata perché tanto di soldi non ce ne sono. Sogni che non si realizzeranno mai perché poi a 40 anni ti ci vedi a fare questa vita.

E tu che guardi il nero sperando che alla fine quelle tende nuove se(te) le possano (possa) permettere.