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Andrea "CyberMantis" Sorichetti

SegheMentali E ancora non credi che il crunch stia uccidendo i videogiochi?

Ma sticazzi se gli Umpa-Lumpa dei videogiochi sono in crunch, l’importante è avere il giochino al day one no?

Le parole che seguono sono un test per capire se sei un analfabeta funzionale e un essere umano quantomeno decente. Tre storie romanzate di lavoro fuori dai videogiochi che ti parlano di crunch, nella speranza che tu rifletta.

Marco fa il corriere da sei mesi. Natale si avvicina e i suoi capi gli sbraitano addosso quotidianamente accusandolo di essere troppo lento nel suo giro di consegne. Gli dicono che se solo si impegnasse di più e mostrasse un po’ di dedizione all’azienda potrebbe portare a termine il suo giro con tre quarti d’ora d’anticipo, riuscendo così a fare più consegne nello stesso lasso di tempo. Marco deve essere produttivo per il bene dell’azienda. Per il bene dei clienti. Al prossimo ritardo lo licenziano, e Marco non può permettersi di perdere il lavoro proprio ora. Il semaforo diventa giallo. “Ci passo“, pensa Marco. Lo schianto è violentissimo, e Marco diventa l’ennesimo tributo sull’altare della produttività, vittima di un’azienda interessata a rispettare le scadenze e non a garantire la salute dei suoi dipendenti.

Mezz'ora dopo i suoi capi hanno già trovato un rimpiazzo. Sua moglie invece lo piangerà per tutta la vita.

johnny silverhand rischia di diventare il volto del crunch applicato ai videogiochi
Gombloddo Non c’è nessun complotto contro CD Projekt Red. È solo l’ennesimo caso di cultura del crunch nei videogiochi.

Claudio fa il magazziniere. Sono le due di notte, fa un freddo porco ma in qualche modo spostare carichi lo tiene caldo quanto basta per non ibernare. L’ultimo mese è stato un incubo, ha fatto ore e ore di straordinari non pagati per rispettare le quote imposte dall’azienda. Claudio dorme quattro ore a notte, mangia poco e le uniche persone che vede sono i suoi colleghi, che si sciupano sempre di più ad ogni giorno che passano a spostare bancali in quel capannone. Una volta li considerava amici, ma lo stress li ha resi nervosi ed aggressivi. Nessuno si parla più, nessuno invita gli altri al pub per bersi una birra dopo il lavoro.

Manca poco al raggiungimento delle quote. I capi gli hanno comunicato che a lavori ultimati faranno il possibile per dargli un bonus in busta paga per compensarlo degli extra. Claudio tiene duro, quel lavoro gli serve e i suoi capi apprezzeranno i suoi sforzi rinnovandogli il contratto.

Giusto per rimarcare il fatto che di crunch e videogiochi parliamo da mo’.

La quota viene raggiunta. Si avvicina uno dei superiori e gli consegna 500€. Il famoso bonus per mesi di lavoro massacrante che gli era stato promesso. Claudio impila gli ultimi scatoloni e si prepara a tornare a casa, pronto a godersi il primo giorno libero da mesi a questa parte. Qualcosa non quadra. Sente una fitta alla schiena, ma stringe i denti. Il giorno libero di Claudio si trasforma in una visita dal medico. La diagnosi è chiara: Ernia del Disco. Claudio non può più lavorare e l’azienda non gli rinnova il contratto.

Quei 500€ li spende in una settimana. Non ci si compra la PlayStation, ci si paga le cure e gli antidolorifici.

Geralt di Rivia fa sesso su un unicorno impagliato; chissà quanto crunch è costata questa scena
Se è porno tolgo Lavorare nei videogiochi è come lavorare nel porno. Solo che nel porno tra una scena e l’altra ti segano, nei giochini ti pigliano a calci nelle palle.

Stefania, invece, lavora in banca. Si è fatta un culo come una capanna per arrivare lì, dorme poco, mangia anche meno e fa in tempo a tornare a casa per salutare i figli che stanno per andare a dormire. I suoi amici non la vedono da così tanto tempo che a momenti non si ricordano la sua faccia, ma a Stefania quella promozione serve. Non può mollare ora, i suoi sforzi verranno ripagati e avrà un curriculum da fare invidia, senza contare che lo stipendio si è gonfiato parecchio nell’ultimo periodo.

Il problema è che Stefania quando esce dall’ufficio è uno spettro. Non parla più col marito ed è assalita da attacchi di panico continui, senza contare che non riesce a prendere sonno perché continua a pensare a come far quadrare i conti la mattina dopo in ufficio. E ok lo stipendio, ma gli ansiolitici non sono certo a buon mercato.

Stefania ad un certo punto non regge più la pressione e viene schiacciata da un esaurimento nervoso. Vorrebbe mollare. Ne parla coi colleghi, ma tutti le dicono di tenere duro perché fa un lavoro che rende moltissimo e che le invidiano tutti. Lasciar perdere ora sarebbe stupido. Stefania ci prova ma non ci riesce. È arrivata al punto che anche solo a sentir parlare di numeri viene divorata dagli attacchi d’ansia. Non può andare vanti così e si licenzia. In ufficio si parla di Stefania, di quanto fosse brava e di quanto però non fosse all’altezza dei ritmi di quel lavoro. Dopotutto funziona così, o sai reggere quei ritmi o è meglio che te ne vai a prendere uno stipendio inferiore da qualche altra parte.

Sono le otto di sera. Stefania incontra i suoi colleghi, distrutti dopo tre ore di straordinari, mentre passeggia coi suoi bambini. Sorride, anche se ora guadagna di meno. Ora ha tempo per sé stessa e non deve manco più pagare lo psicologo.

E dire che una volta faceva il lavoro più bello del mondo...

Io vi vedo che vi si stringe il cuore. Avrete pensato a Marco, a Claudio e a Stefania come a delle vittime del sistema. Avrete pensato che venire sfruttati per il bene dell’azienda fa schifo. Magari ci siete passati anche voi e sapete cosa si prova. Ora però fate un passo indietro e chiedetevi come cazzo è possibile che questi discorsi perdano di senso nel momento in cui Marco, Claudio e Stefania sviluppano giochini.

Chiedetevi come abbiamo fatto ad arrivare al punto di spingerci al punto di minimizzare le richieste d’aiuto di una massa enorme di sviluppatori sconosciuti, dicendogli che devono farsi forza perché, hey, il lavoro funziona così. Se non ti sta bene resta a casa.

La verità è che l’empatia è un valore fino a che non va ad intaccare i nostri preordini.

E dovremmo vergognarci.