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Francesco "TheLawyer" Alteri

SegheMentali De Critica Eloquentia

Crìticas. f. [dal gr. κριτική (τέχνη) «arte del giudicare», femm. sostantivato dell’agg. κριτικός: v. critico1]. Complesso delle indagini volte a conoscere e a valutare, sulla base di teorie e metodologie diverse, i varî elementi che consentono la formulazione di giudizî sulle opere dell’ingegno umano; in partic., specificando il campo dell’indagine: cartistica o cd’artecletterariaesteticamusicaleteatralecinematograficacfilosoficastoricapoliticacdantescaleonardescaverdianactestuale o del testo, studio comparativo di tutta la tradizione manoscritta o a stampa di un dato testo, al fine di ricostruire fin dove è possibile la lezione originaria; cdelle fonti, esame dei documenti e delle testimonianze relativi a un determinato personaggio o evento storico; c. delle varianti, studio delle correzioni e dei cambiamenti eseguiti da un autore sul proprio testo.

Mescerò un orgiastico idromele

In sé la critica non è altro che onanismo mascherato sotto parole scritte o pronunciate. E come il bisogno di un proprio spazio personale, così la critica vive a cavallo tra la vita e la morte, tra la sua inequivocabile utilità e la sua futile presenza. Questa è la duplice identità della critica dentro ognuno di noi. Rimane lì, inviolabile e imperitura, finché non incontra la socialità, il diverso.

Perché si può rimanere in bilico su un giudizio finché si è da soli, quasi arrivare ad ignorare sé stessi in funzione degli istinti; ma non si può fare a meno degli altri. Si intrecciano le parole e i pensieri di quelle creature chiamate esseri umani, animali condannati ad essere sociali. In quel momento, il concentrato di emozioni contenuto nell’involucro critica ha bisogno di uscire, di mostrarsi, di fondersi con altre critiche dentro o fuori il nostro cerchio sociale. Lingue che si incontrano senza sfiorarsi, taglienti, delicate o, a volte, inutili. Un po’ per arroganza, un po’ per prevaricazione, un po’ per genuina passione, ognuno vuole dire la propria.

Quello è il Big Bang del linguaggio, e la sua radiazione di fondo è l'eco di tutte le discussioni sulla critica passate, presenti e future.

Con il linguaggio arrivano i primi problemi. Finché tutto rimane nel lussuoso hotel interiore, il drappo rosso che copre il pianoforte non viene sollevato, e tutto è allo stesso tempo condivisibile e non condivisibile. Personale, unica, una critica di Schrödinger che non deve chiedere il permesso a nessuno. Esiste in funzione di se stessa. La torre di Babele c’ha, però, insegnato che per raggiungere gli dei serve comunicare tra di noi. Arrangiamo quindi qualche nota, frenati dagli sguardi torvi di chi beve whisky invecchiato al bancone. E’ la prima masturbazione collettiva. La critica diffusa è un’orgia di lingue che ripeto sempre la stessa frase, tradotte l’una dall’altra nel modo più banale e sgrammaticato possibile:

“I giudizi ai giudizi non fanno effetto. E’ la nascita di qualcosa di nuovo. La strada a 100 metri di distanza è lastricata d’oro.”

10/10 Italia

“Urteile zu Urteilen haben keine Wirkung. Es ist die Geburt von etwas Neuem. Die 100 Meter entfernte Straße ist mit Gold gepflastert.”

10/10 Deutschland

“Jugements à jugements n’ont aucun effet. C’est la naissance de quelque chose de nouveau. La rue à 100 mètres est pavée d’or.”

10/10 France

“Al’ahkam ealaa al’ahkam lays laha ‘ayu tathirin. ‘iinaha wiladat shay’ jadida. alshaarie aladhi yubeud 100 mitr marsuf bialdhahbi.”

10/10 Shibh aljazirat alearabia

“Juicios a juicios no tienen ningún efecto. Es el nacimiento de algo nuevo. La calle a 100 metros está pavimentada con oro.”

10/10 España

“Judgments to judgments have no effect. It is the birth of something new. The street 100 meters away is paved with gold.”

10/10 England

Questo finché il fiato sul collo di chi è dall’altra parte dello schermo passa dall’essere orgasmo sensoriale a succhiotto non ben riuscito. La morsa del pubblico dopo la prima scarica di feedback entusiasti diventa sindrome dell’impostore, un essere umanoide con fedora e impermeabile nero che ti punta una pistola alla tempia ogni volta che pensi di aver fatto qualcosa di buono. Il tuo giudizio, così aureo finché rinchiuso dentro di te, diventa merce di scambio e vessillo di guerra tra chi è totalmente contro di te e chi è egoisticamente con te.

Vieni snaturato, ciò che hai scritto viene diviso in brandelli e rilanciato in pasto ancora e ancora e ancora, finché l’origine di quella stessa frase non diventa che un mero esercizio filologico. L’integrità del testo su cui hai tanto lavorato non esiste più, e i vecchiardi al bancone sorridono beffardi sapendo che tutto questo sarebbe accaduto prima o poi. La colpa non è, però, di chi quelle parole le ha ricevute e ha ben deciso di fottersene di chi le ha messe nero su bianco; la colpa è di chi non ha tenuto conto che in fondo:

Le parole sono vuote. Siamo noi a riempirle di significato.

Educazione. Questa parola intasa la gola di chi, dopo aver ricevuto la prima batosta tra capo e collo, cerca di giustificare il suo operato scaricando la colpa. “Serve educazione, il pubblico non sa cosa vuole, sta a noi far in modo che capiscano il valore di ciò che stanno leggendo e di ogni opinione diversa o contraria.” Stolta progenie del SEO che reagisce di pancia alla prima delusione. Cavalieri del web innamorati del successo che non si capacitano dei loro stessi errori e, di tutta risposta, ne commettono altri. Perché mentre le critiche arrivano, anche un barlume di successo fa capolino oltre l’orizzonte e con il successo arrivano i soldi.


Per approfondire:
Frammenti di realtà

Succubi del capitalismo ingenuo, non ci si rende conto che in realtà la stessa moneta è motore della creatività, sta tutto nel non annegare sotto la pubblicità dai denti doro e dal bastone in avorio. Perché discutere su un trono di banconote non è corruzione se si è se stessi fino alla fine. I due colpi di pistola sono, però, stati sparati in contemporanea e il loro impatto causa nella testa impreparata di coloro che sono al centro del conflitto, solo sconforto. La strada lastricata doro diventa la foresta dei suicidi. Ad ogni impiccagione, una notizia per pagare quei contenuti che prima si facevano a prescindere da tutto. A prescindere da tutti. E’ un Game Over che porta ad una nuova area dove il treno sta per fischiare.

Con lo sferragliare delle rotaie raggiungiamo una stazione di sosta fatta di numeri incomprensibili. Ogni uomo al proprio tavolo discute sulla veridicità o meno della propria scala di giudizio. Dietro il barista un tabellone che raccoglie tutti i voti dati all’ultima birra arrivata da oltreoceano. Basta una sola nota stonata e il chiacchiericcio generale si ferma, tutti si girano e minacciosamente chiamano a raccolta i loro fedeli. E’ guerra di parole. Le frasi saltano da una conversazione all’altra, vengono prese, alterate, plasmate a propria immagine e somiglianza. I numeri eclissano la discussione divenendo merce di scambio non tra chi offre il prodotto e chi ne parla, la corruzione non esiste in un modo che si è già corrotto da solo; ma tra chi assistendo vuole salire sul gradino più alto dell’amico che abbracciava fino a qualche minuto prima.

Il mondo accelera e con lui non si riesce più a mantenere una coesione. La torre di Babele è crollata da un pezzo e la critica si è divisa in piccoli isolotti sociali con a capo figure molteplici o singole che cibano i fedeli di quel poco contenuto che riescono a produrre. Con la terra così frammentata i punti d’incontro vanno sempre più diradandosi e le parole non sono più sufficienti. Le lotte, la depressione, l’educazione cercata ma mai davvero insegnata, fanno perdere l’originale cognizione che ciò che si scrive o che si giudica sia intimo e personale.

Che abbia una sua valenza anche solo per il fatto di esistere. Che cercare di parlare tutti insieme non significa viaggiare sulla stessa carrozza sperando di non tirare fuori la pistola nascosta nel taschino della giacca; ma cercare di raccogliere i pezzi che ognuno lascia per creare quell’enorme puzzle multietnico che è la creatura chiamata uomo.

Purtroppo la cieca rabbia di aver perso la propria identità si trasforma in apatia. La gioia di essere diventa sopravvivenza e il linguaggio si asciuga per tentare di ricostruire quei ponti ormai crollati. Il voto è l’unico sistema in grado di tenere gli argini di questi continenti alla deriva. Una corda così sottile che solo il toccarla con un bastone rischia di spezzarla. Da Pangea a Terra. I dinosauri che prima ridevano al decimo drink comprato con le pietre preziose guadagnate quando tutto era “vero”, sono rimasti schiacciati sotto le macerie del terremoto e sono diventati il petrolio e il carbone con cui alimentiamo questa macchina. Peccato che le risorse non siano infinite e quindi il destino sia quello di morire. Prima o poi.

La scienza ci dice che la produzione di spermatozoi avviene giornalmente per gli uomini e che per le donne gli orgasmi sono praticamente illimitati. La nostra arroganza nei confronti di ciò che è critica è riuscita nell’arduo compito di contraddire l’implicita esattezza della scienza, dimostrando che più la masturbazione prosegue regolarmente e più l’orgasmo diventa solo il racconto di ciò che era un tempo. Di quella critica sbocciata nel cuore degli appassionati non è rimasto che il tronco appassito. Eloquenza e retorica sono le parole incise sulla corteccia. Delle prove di amore fatte con il taglierino non vi è più traccia.

A noi non resta che osservare le frasi vuote e arroganti di chi ancora crede che una soluzione ci sia. Che lui stesso sia la risposta. Mentre urla come un pazzo in mezzo al cumulo di rifiuti in quel vicolo in centro che lui chiama casa.