Lunediscord #3: Depressione post Death Stranding

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I videogiochi sono figli della filosofia del superuomo.

“Eddaje, perché vuoi ammorbarmi parlando di filosofia applicata ai videogiochi? Che poi hai pure fatto l’ITIS, tu, cazzo ne puoi sapere di Nietzsche”.
‘Na sega, appunto. Però la versione per ritardati del concetto del superuomo — quello powered by Gabriele d’Annunzio, per capirci — è centrale, quando si parla di videogiochi. Anzi, di videogiocatori. Perché il motivo per cui tendenzialmente pad alla mano ci divertiamo è quello: essere superuomini ci piace.

Il livello di lettura più banale è quello letterale. Superuomo, super uomo, Superman. Ci piacciono i super poteri, poter annichilire qualunque agglomerato di pixel e poligoni pseudo-senziente ci sia su disco per il semplice fatto che possiamo. È il bias di conferma di cui abbiamo sempre avuto un bisogno disperato, e l’industria dei giochini videogames è stata lesta a monetizzare. È per questo che disperatamente ci attacchiamo ai videogame, quando vengono attaccati: ci servono, ci fanno sentire migliori. Nella mediocrità della tua vita di tutti i giorni, non vincerai mai una guerra da solo come Master Chief. Cazzo, nel mondo vero non avresti nemmeno il coraggio di premere il grilletto… Sul controller della tua Xbox è molto più facile. Non c’è nessun dilemma morale, sai che è giusto sterminare quei cazzo di Covenant.

Se ti dà piacere è giusto. Nei videogiochi funziona così, sei un superuomo. Spesso anche un oltreuomo

Qualcuno ci ha provato, a far soppesare gesta e gesti compiuti nel mondo al di là del pannello LCD. Shadow of the Colossus, Metal Gear Solid, Hellblade… Prodotti da gourmet per la nostra anima, costruiti al confine su cosa è videogioco e cosa no. Li abbiamo amati, glorificati. Qualcuno li ha anche raccontati. Poi siamo tornati ad ammazzare puttane su Gran Theft Auto. E noi siamo quelli che li hanno capiti, eh: a un sacco di altra gente della questione autoriale frega ‘na sega, l’equivalente ludico di un’ora di filosofia fatta all’ITIS. È per questo, che Ueda non stacca biglietti. Che Ninja Theory si è inventata il concetto di indie-tripla-A. Che stiamo tirando fango su Hideo Kojima da tre anni e abbiamo goduto a ogni 6.5 in fondo alle recensioni di Death Stranding.

Perché Death Stranding è videoludicamente scorretto. Se ne frega di 60 anni di superuomo for dummies applicato ad un’industria e ti mette nei panni di un cazzo di fattorino. È credibile, Death Stranding. Molto più credibile del videogioco medio. Anche molto più di quell’Horizon Zero Dawn che raccontava l’apocalisse nel mezzo della post-post-apocalisse. E questo ci fa paura. Se una volta premuto start non posso essere il migliore al mondo, che senso ha premerlo?

Persone normali che hanno il bisogno patologico di sentirsi speciali. Sostanzialmente tutto l’intrattenimento si basa su questo semplice principio. Qualcuno ha bisogno di raccontarsi storie, qualcuno di raccontarle. Cambia poco. Puoi essere l’autore o puoi essere chi l’opera la fruisce, in ogni caso tutto parte dall’esigenza di sentirsi speciali. Migliori. E quando ci impediscono di sentirci tali, la maschera mortuaria cade e rivela tutto il marcio che teneva sotto. La prova provata di come siamo davvero, di come siamo peggiori. Bambini che piangono perché non possono avere il giocattolo? Peggio. Adulti che piangono perché lo esigono.

Bambini che piangono perché non possono avere il giocattolo? Peggio. Adulti che piangono perché lo esigono

Il gioco di cui scrivo invece di giocare
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Adulti che passano già otto ore in un ufficio che invia memo regolari per ricordargli quanto siano ordinari. E con il fine ultimo di avere ragione ricorrono a qualunque mezzo, vanno oltre la morale per i motivi sbagliati. Insulti, sessismo, minacce di morte. Qualunque cosa utile a mostrare dissenso tranne il non comprare il gioco, perché altrimenti poi la Game Freak di turno impara e cresce e il giocattolo si rompe. Game over, grazie per aver boicottato. Alla prossima release ci toccherà correre ai ripari o morire nel silenzio. 

Invece se continui a foraggiarli con la mano destra e a minacciarli con la sinistra no, giustifichi le stesse porcate che condanni proprio per il gusto di poter continuare a condannarle. Avere un nemico da irridere, sentirti migliore ignorando la tua stessa immagine allo specchio, mendace come solo la verità può essere ai nostri occhi. Un’applicazione malata della filosofia di Nietzsche ai videogiochi. Sapete chi altro ha fatto esattamente la stessa cosa? Una marea di regimi.

I videogiocatori sono figli della filosofia del superuomo…
Ma purtroppo del bignami da ritardati usato da d’Annunzio.