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Stefano "Stelynch" Calzati

SegheMentali Galaga ’88 è il capodanno dell’anima

Io sono del ’91,
e questa non è una di quelle cagate nostalgiche che potreste leggere da altre parti

Galaga ’88 è invece dell’87, pensate un po’, ed è uno shoot ‘em up spaziale che ignora le regole dell’obsolescenza videoludica, un fottuto capolavoro, un giocattolo perfetto che esplode tra le mani come un petardo raccolto da terra, o come un gameplay carico di polvere pirica e cazzimma giapponese di fine 80s. 3-2-1… BOOM! Ustioni ludiche di terzo grado. Ogni missile sparato lungo le scan line che incontra un bersaglio mobile nel campo di battaglia in tate mode diventa una deflagrazione pirotecnica in pixel art, frammenti d’immagine neri come lo spazio profondo che in una frazione di secondo prendono i colori di un fiore di detriti incandescenti.

Perfetto


Per approfondire:
L’Arcade è morto

Non c’è dramma nel dogfighting di Namco, si combatte in nome dello spettacolo (la motivazione che divide i grandi giochi dai capolavori) mentre i gettoni scivolano nella fessura (ormai virtuale) uno dopo l’altro, senza accorgersene, moneta di scambio per rivivere quella mezzanotte di capodanno ancora una volta, lasciando che l’anima festeggi, brindi, inebriata e illusa di essersi lasciata alle spalle le rotture di coglioni almeno fino al prossimo game over, che è già una quantità di tempo preziosissima, inestimabile, altamente infiammabile.

L’essere umano è totalmente inerme davanti ai fuochi artificiali, gli occhi spalancati per far imprimere nella retina la forma dell’esplosione, mentre il botto arriva alle orecchie una frazione di secondo in ritardo, ricordandoci la tridimensionalità del mondo, la sua profondità, le sue regole; per questo è una delle poche tradizioni rimaste al mondo da centinaia di anni, con minime evoluzioni che riguardano soprattutto il non far saltare in aria chi li sta sparando, lì, con l’ultima vita in canna senza 1UP di riserva

È questo che rende eterno Galaga '88 come simulazione pirotecnica più che atto eroico

Con le sue due direzioni di movimento, rigorosamente orizzontali e un solo tasto, l’unico che conta, quello dello sparo, per cannonare iridescenti insetti galattici dal cockpit del Blast Fighter. Il resto è puro esoterismo, un rituale da apprendere studiando la lingua dell’arcade, che si svela ai più tenaci e moltiplica punteggi, apre warp dimensionali, scatena orgasmi ludici violentissimi, arrivando a credere che completarlo in “1cc” aprirà un buco nero nel culo di un Satana alieno.

Svuotare lo shmup di intenti bellici per esaltare la bellezza del gesto e dell’immagine, che è il dogma di gameplay dei cute ‘em up e ha modellato il codice di altre robine più o meno rilevanti di genere pirotecnico negli anni seguenti, a partire da quel FantaVision che inaugurò il lancio di PlayStation 2 con una festa degna di quello che sarebbe stato il suo futuro, arrivando poi a esperimenti clamorosi, come Every Extend Extra di Kanta Matsushima, praticamente un Rez bidimensionale dove ripetere catarticamente il gesto di farsi esplodere, dando vita a una catena di esplosioni psichedeliche capaci di bruciare i pixel dell’LCD di PSP. Ma anche Big Bang Mini, che utilizzava il pennino del DS per imprimere una traiettoria precisa ai razzi, trasformando lo schermo superiore in una tela notturna di forme e colori meravigliosi. 

Questo pezzo è stato scritto l’1 gennaio 2022, ancora sbronzo, con il Namco Museum sparato su un 55” per vedere la bellezza dei pixel al microscopio, mentre nelle orecchie, a cannone, la colonna sonora di Wipeout Omega Collection cercava di bucarmi i timpani.

È stato un gran bel capodanno, auguri merde!