Ep. 152: Osama Bin Layden – dove stanno andando i videogiochi?
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Shawn Layden aveva ragione. Gli abbiamo dato del terrorista, dell’Osama Bin Layden, troppo tronfi e troppo presi dall’entusiasmo per l’imminente next-gen che ad oggi, circa a metà del suo ciclo vitale, di next ha portato giusto l’azzeramento dei caricamenti grazie agli SSD.
Il videogioco ha preso una piega che diventa ogni giorno sempre meno sostenibile. Sono anni che costruiamo i nostri momenti di escapismo sulla pelle di chi il videogioco lo fa, sbraitando pure quando ci si racconta il dolore e le rinunce che ci sono dietro l’industria. “Faccio il camionista e mi alzo alle 5 di mattina, che mi frega se per giocare il prossimo The Last of Us qualcunə dall’altra parte del mondo non esce dall’ufficio per qualche mese?”.

Mal comune, mezzo gaudio e diamo pure dellə stronzə a chi prova a parlare della situazione

Dello stato di salute delle persone che lavorano nei videogiochi non ce ne frega una mazza, e di conseguenza pure lə big creator non ne parlano. Se non per fare i loro interessi dando dell’infame a Jason Schreier perché sbirra GTA VI, poco importa se forse è proprio grazie a lui che in Rockstar adesso c’è una cultura del lavoro leggermente più sana. Crunch, licenziamenti, molestie e violenze sul posto di lavoro… Chi ne parla lo fa per la polemichetta, perché non concepiamo ci possa davvero essere un interesse reale. Bisogna giocare e basta, no?

E questo è solo quello che riguarda i giochini di per sé, la cosa che abbiamo provato a raccontare in podcast. L’editoria non sta per un cazzo meglio. Anzi. Ma ne parliamo nella newsletter…

Ne vuoi ancora? Nessun problema...