Lunediscord #3: Depressione post Death Stranding

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È una cosa più forte di me. Lo so che ritenere di non avere pregiudizi è il più comune dei pregiudizi, però ogni volta che decido di spendere mezz’ora del mio tempo libero a fare zapping su Twitch, o anche Mixer, mi viene naturale parafrasare Socrate.

“Più vedo gli streamer, più apprezzo il mio cane”.

Un riflesso incondizionato di pavloviana memoria: stimolo-salivazione, diretta streaming-nausea.

Ovviamente, arrivati qui, qualcuno starà già storcendo il naso, affermando che esternazioni di questo genere sono il corrispettivo videoludico degli anziani che, aggrappati alle reti dei cantieri, non possono fare a meno di idealizzare il loro passato in cui i treni arrivavano sempre in orario, c’erano ancora le mezze stagioni e i giochi non avevano i DLC.

Pregiudizi, appunto, dei “vecchi” (virgolettato d’obbligo) videogiocatori, incapaci di stare al passo con i vorticosi cambiamenti del mondo dell’intrattenimento, perennemente indispettiti dalle direzioni prese dal medium, strade che solo fino ad una decade fa sembravano impensabili.

Evoluzione, questa sconosciuta

Tuttavia, nonostante si siano estinti per la loro incapacità di adattarsi, i dinosauri hanno forse qualcosa da insegnarci. E allora chiedo di poter fare, per una volta, uno di quei mastodontici rettili del Giurassico e di prendermela con tutti i pennuti e i roditori (razze non scelte a caso) che, a mio avviso, stanno contribuendo a rendere il mondo dei videogiochi una versione distorta di quello reale, stritolandolo nei medesimi meccanismi.

L’evoluzione del media che ha condannato (e condanna) noi dinosauri digitali all’estinzione è in realtà una involuzione, un processo che ha un nome che tutti noi conosciamo, temiamo ma dal quale nessuno vuole a fare a meno: consumismo.

Gli scettici, spesso impazienti per natura, si limiteranno a dire “E quindi? Il videogioco nasce da logiche di mercato applicate all’intrattenimento popolare. Cosa c’entrano gli streamer e Twitch in tutta questa filippica?”

In realtà è proprio dalla tirannia del consumo che nasce il problema alla base dello streaming come attività: l’avere declassato l’obiettivo primario del videogiocare, cioè divertire, dando priorità alle spesso squallide leggi del mercato.

Una realtà dove a fare da padre-padrone non è più la passione ma il sistema malato che sta a monte di questa e che sulle stesse logiche si muove.

Agli occhi di uno spettatore disincantato, quella che va sempre più spesso in scena sui vari canali di Twitch è la quintessenza, oltre che della stupidità diffusa della nostra epoca, di come l’aspetto economico e mercantilistico delle nostre vite sia ormai soverchiante rispetto a qualsiasi esigenza artistica, etica o comunicativa.

Non vi è mai capitato, ad esempio, di guardare certi streamer di “grido” e percepire nel loro modo di giocare qualcosa di inautentico, non più dettato dalla passione ma da altre esigenze? Questo succede quando, con apparente disinvoltura, lo streamer di turno passa da 10 ore quotidiane su Fortnite, magari alcune delle quali trascorse a fissare un buco nero sullo schermo, a pascolare mestamente nel Far West crepuscolare di Red Dead Redemption 2? Sia chiaro, non è che un appassionato del primo titolo elencato non possa esserlo del secondo ma la sensazione innegabile è che ci sia qualcosa che non va in questo modo di scegliere.

Non a caso il filosofo J.P. Sartre, accanto all’inautenticità metteva un’altra caratteristica a questa inevitabilmente legata a doppio filo: la malafede. Infatti, quella sostenuta dagli streamer è il più delle volte finzione volta a coprire la loro evidente malafede.

Il motivo è presto detto e vale sia per Fortnite che per Red Dead Redemption 2: visualizzazioni, quindi monetizzazione della propria posizione “professionale” (il virgolettato qui non è d’obbligo e lo metto di mia volontà).

Twitch, l’intrattenere che diventa semplice marchetta pubblicitaria, non diversa dalle vendite televisive di materassi e copriletto

Twitch è una grande sceneggiata il cui unico e solo obiettivo è divenuto, sempre e comunque, fare cassetto, con attori non sempre all’altezza del ruolo di imbonitori che si sono imposti.

Non di rado, sui volti tirati a lucido di tanti streamer, sullo sfondo di ridicole camerette per bambini adulti, tra lucine colorate e merchandise assortito che fa la felicità di venditori di paccottiglia cinese alle fiere, tra sorrisi di circostanza e umorismo di bassa lega appare lo spettro della noia.

Come dargli torto? Saltare su un prato vestiti da unicorni, sparandosi a vicenda e prestare ascolto ai dilemmi morali che torturano Arthur Morgan non è la stessa cosa. Nel tentativo di incasellare a forza esperienze diverse e non sempre compatibili tra loro, i moderni intrattenitori del mondo digitale appaiono quindi per quel che sono: l’ultima ruota del carro della filiera commerciale sul quale si muove il mercato del videogioco.

Dietro a battute generiche, considerazioni vaghe e pensieri didascalici quello che importa, alla fine dei conti, è raggranellare denaro per sbarcare il lunario.

Il divertimento è bello, ma il denaro di più.

Logica inoppugnabile che porta però a scelte discutibili, almeno per chi vede qualcosa di ideale in una passione. Soprattutto quando per inseguire il discorso economico ci si dimentica della decenza, dell’amor proprio e dell’oggetto su cui dovrebbe essere incentrata questa attività.

Da videogiocatore a questuante digitale il passo è breve. Pertanto lo streamer si trova costretto a giocare a Red Dead Redemption anche se il suo interesse per quel genere rasenta pericolosamente lo zero: è un dovere (questa volta non morale, con dispiacere di Kant).

I social network, i tweet, le foto su Instagram, i contatti su telegram, i followers, i sub sono i dittatori di ogni scelta, i giudici del destino e gli dei ai quali sacrificare la propria libertà creativa. Oggi Fortnite, domani WoW Classic, la settimana prossima Death Stranding e, se c’è da darsi un tono per meglio mascherare la propria insaziabile fame di visualizzazioni, una puntata notturna su qualche indie.

Insomma, giocare a tutto per non giocare a niente

A sentire gli streamer, la cui permalosità è spesso inversamente proporzionale ai mesi di sottoscrizione al loro canale, tutto questo è normale e fa parte del loro lavoro. E per lavorare, dovendo portare a casa la pagnotta, si fa tutto e il contrario di tutto perché il mantra quasi sempre è “bollette e affitto non si pagano da sole” come se il fardello della vita di ogni giorno fosse una loro esclusiva.

Così benvengano le trasmissioni dove un buon 70% del tempo è impiegato spesso in inutili discussioni attorno l’irrilevante, spazi in cui i nostri beniamini provano a rendere speciali ai nostri occhi le loro invece comuni esistenze: c’è chi suona la vuvuzela, chi mostra la propria collezione di pesci variopinti, chi balla, chi canta, chi mostra il seno, chi si vanta di aver vinto un torneo di Overwatch in un remoto centro commerciale nel milanese, chi dispensa banalità e chi si prodiga a fare il moralizzatore un tanto al chilo.

“Il mondo degli vivi mi mette sempre i brividi” sentenzia Manny Calavera in “Grim Fandango”. Come dargli torto dopo aver trascorso mezz’ora su Twitch?

Così il gaming in quanto tale si riduce a corollario, un contorno, un contenitore senza contenuti, dove streamer si ritrovano a giocare titoli che spesso non conoscono, che non li appassionano, che non apprezzano.

Tutto è dettato solo ed esclusivamente dal mercato, dagli appetiti dei publisher e dagli accordi commerciali che permettono al nostro venditore di mano d’opera digitale di avere il proverbiale osso da rosicchiare sotto il tavolo, il tutto a dispetto dell’amore incondizionato per il videogioco come attività ricreativa libera.

Il mondo di Twitch, ma più in generale di tutte le piattaforme streaming, per come è concepito oggi, è solo una grande macchinetta macina-soldi, una vetrina illuminata in cui i furbi sognano di poter fare i soldi sulle spalle dei gonzi, senza però accorgersi che entrambi hanno le medesime pezze al culo. Una volgare forma di servilismo verso il mero aspetto commerciale dei videogiochi a cui si piegano troppi giocatori che invece di impegnarsi in una critica utile a fare evolvere il medium ad un livello più alto di consapevolezza dei propri mezzi, preferiscono fare gli “utili idioti” delle multinazionali, trasmettendo quello che interessa al mercato nel momento esatto in cui interessa al mercato.

E questo con buona pace di chi crede nel videogioco come forma di arte e strumento di emancipazione.

Tuttavia dalla storia e dalla ragione progressiva sostenuta dal consumismo e dai suoi bulimici appetiti rimangono volontariamente fuori tutti quei videogiocatori che non vogliono riconoscersi in questa forma di sudditanza e cattività del media.

Per tanti Cristo si è fermato a Twitch.

Questo articolo è frutto dell'iniziativa Crowdsourcing sovversivo di Gameromancer. Che è 'sta cosa?