Linee di confine: una monografia di Ace Combat
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Anno 2003, deserto di San Salvacion.

Un lampo squarcia il cielo in due, e il tuono che lo segue porta paura e morte.

​Stonehenge, il frutto delle fatiche congiunte della comunità internazionale del continente Useano — e che doveva portare la salvezza all’umanità — è diventata una terrificante arma di distruzione, caduta nelle mani della Repubblica Federale dell’Erusea.

​E proprio qui, nei cieli erusei e nella piccola cittadina di San Salvacion, ci viene raccontata la storia di Ace Combat 04.

Ed è un peccato che sta storia la conosciamo in relativamente pochi, un po’ perché il gioco c’ha i suoi anni ma anche perché ancora oggi c’è chi non conoscendolo pensa a  Ace Combat come un Call of Duty ma con gli aerei.

Con tutto il rispetto per Call fo Duty e Niente Russo, sia chiaro

Eppure basterebbe pure poco per fare si che sta convinzione sparisca. Tipo una riedizione dei vecchi capitoli che hanno gettato le basi per quello che la saga è diventata oggi.

​Chi li ha giocati sa di cosa parlo: abbiamo portato lo stemma del nastro di Mobius 1 mentre affondavamo l’invincibile flotta Aegis erusea.

Abbiamo abbattuto i leggendari assi di Belka nell’area B7R, la Tavola Rotonda dove la superiorità militare non conta nulla e conta solo il valore.

Siamo caduti come capitani della squadriglia Wardog, per tornare come uno dei Fantasmi di Razgriz.

​Detto questo, io sono Richard Sintoni.

E oggi vorrei raccontarvi di come un videogioco preso in prestito e mai restituito mi abbia fatto innamorare di Ace Combat.

Ne vuoi ancora? Nessun problema...